Programma massimo di eversione della moderna civiltà

Testo di Luciano Bianciardi

altNon ricorremmo mai, Anna ed io, alle macchine orgoniche. Non ci chiedemmo
mai se al momento della ricreazione, l’interno della presentificazione si
presentificasse in una nuova presenza, che fosse a sua volta ripresentificabile
non nella memoria, ma soltanto in un nuovo atto creativo.
O se nell’atto sessuale ciascuno di noi si conoscesse come nascita del mondo
in sé e ritrovamento dell’altro in sé e di sé nell’altro.
Infatti oggi parlano così gli esperti. Altri numerosi tecnici del ramo vanno
dicendo che la nostra civiltà d’oggi vive all’insegna del sesso. L’insegna,
sì, il segno, l’ideogramma, il paradigma, il facsimile.
Dicono: guardate come oggi per vendere un’aranciata la si accoppia a un simbolo
sessuale, e così un’auto, un libro, un trattore persino. A un simbolo, certo,
ma non al sesso reale. Un simbolo che funziona in vista di qualche altra
cosa. Tu, dicono in sostanza, desidererai il coito per arrivare a. Mai il
tuo desiderio, dioneliberi, sia per il coito in sé. Deriva da qui l’attivismo
ateleologico della civiltà moderna, da qui deriva, aggiungiamo pure, lo scadimento
della professione meretricia.

Come il tornio e la macchina da (per, anzi, se vogliamo accettare la correzione
dei venditori d’ogni livello al soldo del marchese d’Ivrea, pallidi ed efficienti
come tanti valvassini) come il tornio, dicevo, come la macchina da (per)
scrivere non sono beni in sé, ma mezzi e strumenti per arrivare al denaro,
così il prostituirsi non è mestiere, che si ama e si pratica perché bello,
ma daccapo un mezzo e uno strumento per procurarsi denaro.
Quindi il metallurgico odia il tornio, io odio la macchina, forse più dei
valvassini del marchese d’Ivrea, e la prostituta odia il coito.
La riduzione di fine a mezzo, qui e altrove, aliena, integra, disintegra,
spersonalizza e automatizza, e così viene fuori l’incomunicabilità, e così
viene fuori l’uomo-massa e la prostituta moderna, nelle sue varie sottospecie
di cortigiana, mondana, amante, ganza, mignotta, zoccola, druda, ragazza-squillo,
passeggiatrice, giù giù fino alla battona, alla barbona, alla spolverona
e alla merdaiola, infima categoria che annovera le pestatrici di cacche canine
negli stradoni bui di periferia, a notte.
Mai puttana però, secondo vorrebbe la parola antica che indicava, quando
c’era, il mestiere. Non a caso la donna innamorata, accaldata, linfante,
si glorierà di quest’antica parola corporativa e ti dirà, nel momento supremo,
fastigioso, quando si allentano i nessi del vivere secondo paradigma – e
allora i simboli svaniscono lasciando soltanto la realtà reale – ti dirà
di sentirsi puttana.
Ma per intanto il coito si è ridotto, per la stragrande maggioranza degli
utenti, a pura rappresentazione mimica, a ripetizione pedissequa e meccanica
di positure, gesti, atti, trabalzamenti, in vista dell’evacuazione seminale,
unico fine ormai riconoscibile e legalmente esigibile. Il resto non conta,
il resto è puro simbolo che serve a spingerti all’attivismo vacuo.
Questo vuole la classe dirigente, questo vogliono sindaco, vescovo e padrone,
questurino, sociologo e onorevole, vogliono non già una vita sessuale vissuta,
ma il continuo stimolo del simbolo sessuale che induca a muoversi all’infinito.

alt
Un simbolo sempre ritrovato, nelle apparenze, e che la gente accetta senza
discutere: altrimenti come spieghereste le fortune delle diete dimagranti,
del modello steccoluto e asessuato, il quale riassume ed eleva a modulo la
donna arrivista, attivista, carrierista, stirata, tacchettante, petulante
e negata quindi al coito verace? E infatti essa già mira alla fecondazione
artificiale e magari alla gravidanza in vitro, ove vaghezza la punga di maternità,
e insieme mira a ridurre il maschio un pecchione inutile.
Da tutto questo, mi pare, vien fuori la noia, l’incapacità, come dicono,
di possedere gli oggetti, di entrare in rapporto con i bicchieri, i tram
e le donne. Ma io so che la noia finirebbe nell’attimo in cui si ristabilisse
la natura veridica del coito. Lo so, finirebbe anche la civiltà moderna,
perché il coito veridico non è spinta ad alcunché, si esaurisce in se medesimo
e, in ipotesi estrema, esaurisce chi lo compie.
Provate questa sorta di predicazione (evitando tuttavia di chiamarla educazione
sessuale, altrimenti addio i miei limoni e buonanotte al secchio) e avrete
ogni anno un certo numero di coppie estinte per consunzione da eccesso di
coito. Lo so bene. Ma i casi mortali sarebbero pur sempre meno d’un decimo
di quelli oggi provocati dai doppi sorpassi in terza corsia, o dallo smog,
o dalle malattie cardiocircolatorie.
E non sarebbe forse una bella morte? Gli amanti così periti avrebbero onori
distinti, e sulle loro tombe, erette nei parchi cittadini e nei campi di
gioco dei bimbi, altri amanti andrebbero a giurarsi fedeltà eterna.
E poi ogni anno, al volgere della primavera, ciascun villaggio sceglierebbe
il suo bel prato, e lì s’intratterrebbero, da stelle a stelle, due trecento
coppie di copulanti, sullo sfondo del cielo terso, durando lo strillare delle
cicale, ma senza ventilazione di ninfe biancovelate, con accompagnamento
dei cori che vanno eterni dalla terra al cielo, e in un angolo, gialla, ferma,
inattiva, una macchina trebbiatrice della premiata ditta Cosimini di Grosseto.

alt
Lo so, finirebbe la civiltà moderna: cesserebbe ogni incentivo alla produzione
dei beni di consumo, essendo dono gratuito di natura l’unico bene riconosciuto
e durevole; cesserebbe anche l’insorgere di bisogni artificiali, nessuno
vorrebbe più comprarsi l’auto, la pelliccia, le sigarette, i libri, i liquori,
le droghe, e nemmeno giocare a biliardo, vedere la partita di calcio, discutere
sul Gattopardo.
Unico grande bisogno sarebbe quello di accoppiarsi, di scoprire le centosettantacinque
possibilità di incastro realizzabili fra l’uomo e la donna, ed inventarne
ancora. Unirsi in piedi, seduti, supini, bocconi, inginocchiati, accoccolati,
a caposotto. Eseguire la penetrazione vaginale, rettale, orale, scritta,
telegrafata, intramammillare, subascellare, praticare l’inumazione, la fellazione,
la podicazione, il cunnilingo e il symplegma trium copulatorum.
Unirsi sui letti, dentro gli armadi, alla finestra guardando chi passa, nei
prati di periferia e nella pineta di Tirrenia, sopra un moscone al largo
della costa adriatica, abbandonati al ritmo delle onde e delle correnti,
anche a rischio di toccare l’orgasmo già in acque territoriali jugoslave;
negli scompartimenti di seconda sulla linea di Sarzana, al cinema dietro
le tende delle uscite di sicurezza, per le scale di casa (coi piedi su due
gradini diversi, ove trattisi di donne zoppe, neanche esse escluse dai festeggiamenti),
dentro le cabine degli ascensori, nei capanni della spiaggia di Rimini, in
acque salse poco oltre la battigia e frammezzo ai bagnanti, sul piedistallo
delle statue di Pomona, nei palchetti della Scala recubando sulla pelliccia
pagata dal Bubù; nei vomitoria dell’arena di Verona, fra le rovine della
cittadella di Pisa, e finalmente sulla poltrona padronale del padrone Timber
Jack, lasciandovi a dispetto e a prova i segni d’una eiaculazione ritardatissima.

Poche persone, ripeto, hanno sinora inteso queste cose: Abelardo, ripeto,
il Molinari Enrico di New York, la mezzala Cherubillo e io.
Non D. H. Lawrence, che stravide tutto tirando a indovinare, non Ovidio,
che ci diede soltanto una galleria di positute da bordello, non il povero
Fausto Coppi, troppo tafanato com’era dalla sfortuna e dal gran bisogn di
dané.
No davvero: questo programma massimo, eversore della moderna civiltà, esige
purezza di cuore e assoluta dedizione, rinuncia ai beni mondani e castità
di sentire, una specie di voto per un vivere solitario a due (massimo a tre)
lungi dalle tentazioni terrene.
Chi faccia tale scelta, giacché egli mina alle basi il neocapitalismo e il
socialismo insieme, si prepari a vedersi contro tutta quanta la società:
fittacamere, portinaie, camerieri di albergo, segretarie di redazione, colleghi
di ufficio, vigili urbani, questurini, preti, sociologi, radicali, comunisti,
levatrici, banche, fornitori, enti nazionali, tutti li avrà contro.

(text from: “La vita agra“, by Luciano Bianciardi)

3 Responses to “Programma massimo di eversione della moderna civiltà”

  1. mosq Says:

    :))

    —– FAN – TA – STI – CO —–

    Bianciardi mitico!
    23 4ever!

    m.

  2. Andreco Says:

    Veramente un buon testo!,
    ma invece il primo disegno chi lo ha fatto?
    da dove viene…?
    bellissimo.

    ;)

  3. george Says:

    vi ringraziamo per aver trovato il tempo di lasciare un commento.

    @andreco: si tratta di un’illustrazione indiana del 18esimo secolo, rappresenta il risveglio della kundalini (il serpente) mente si avvolge al sacro lingam di Shiva.

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