Religione potere e cultura

Di seguito l’interessante articolo di Slavoj Zizek, apparso sul New York Times e qui nella traduzione uscita questa settimana su Internazionale.

altI mezzi di informazione occidentali devono essersi fatti una bella risata quando, ad agosto, l’ufficio cinese per gli affari religiosi ha approvato “l’ordinanza numero cinque”. La legge definisce quali sono “le misure amministrative per la reincarnazione dei Budda viventi nel buddismo tibetano”. In sostanza, proibisce ai monaci buddisti di reincarnarsi senza l’autorizzazione del governo. Nessuno al di fuori della Cina può influenzare il processo di rencarnazione e solo i monasteri cinesi possono chiedere l’autorizzazione.

Prima di gridare allo scandalo perché il totalitarismo comunista pretende di controllare la vita dei suoi sudditi perfino dopo la morte, dovremmo ricordarci che anche nella storia moderna dell’Europa ci sono state norme simili. La pace di Augusta del 1555 dichiarava che la religione del principe era il credo ufficiale di una regione o di un pese (cuius regio, eius religio). Fu grazie a questo pricipio che i cattolici accettarono il luteranesimo in Germania. Ma quando un nuovo governante professava una religione diversa da quella di chi l’aveva preceduto, ampi gruppi di popolazione dovevano cambiare fede. Il primo grande passo istituzionale verso la tolleranza religiosa dell’Europa moderna è paradossalmente come l’ordinanza cinese numero cinque: la fede religiosa, una questione che riguarda la più intima esperienza spirituale, è regolata dai capricci di un principe laico.

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Il governo cinese sta regolamentando qualcosa che non solo tollera, ma addirittura sostiene. La sua preoccupazione non è la religione, ma l’armonia sociale, la dimensione politica della religione. Per arginare la disgregazione provocata dall’esplosione capitalistica, i funzionari cinesi esaltano le tradizioni che rafforzano la stabilità sociale, dal buddismo al confucianesimo: le stesse ideologie che erano state il bersaglio della rivoluzione culturale. Nell’aprile del 2006 Ye Xiaowen, il massimo funzionario religioso della Cina, dichiarò che “la religione è uno degli elementi da cui la Cina trae forza”. Segnalava in particolare il buddismo per il suo “ruolo eccezionale nel promuovere una società armoniosa”, ovvero nel coniugare espansione economica, sviluppo e tutela sociale.

Il ruolo della religione come elemento di stabilità contro le dinamiche del capitalismo è stato così sancito ufficialmente. Quello che disturba le autorità cinesi in sette come Falun Gong è solo la loro indipendenza dal potere statale. Il buddismo tibetano ha una caratteristica che tendiamo a dimenticare: la tradizionale struttura di potere del Tibet è una teocrazia. Il dalai lama unisce il potere religioso a quello secolare, perciò occuparsi della sua reincarnazione significa occuparsi della scelta di un capo di stato. È strano ascoltare chi denuncia la pressione antidemocratica della Cina sul Tibet come se il dalai lama fosse un leader democraticamente eletto.

Ma negli ultimmi anni i cinesi hanno cambiato strategia: la colonizzazione etnica ed economica sta trasformando rapidamente Lhasa in una versione cinese del selvaggio west capitalista, dove bar karaoke si mescolano a dei luna park buddisti in stile disneyano. In breve, dietro la brutalità dei poliziotti cinesi che terrorizzano i monaci buddisti si nasconde una trasformazione socioeconomica di stampo americano molto più efficace: tra vent’anni i tibetani saranno ridotti nelle stesse condizioni dei popoli nativi degli Stati Uniti. I comunisti cinesi hanno imparato la lezione: cos’é il potere oppressivo della polizia segreta, dei lager e delle guardie rosse che distruggono i monumenti antichi, in confronto alla capacità del capitalismo sfrenato di minare tutte le relazioni sociali tradizionali?

altÈ troppo facile sghignazzare all’idea di un potere laico che regolamenta una cosa a cui non crede. Ma noi ci crediamo? Un paio d’anni fa, quando i taliban distrussero le antiche statue buddiste a Bamiyan, in Afghanistan, nessuno di noi, magnanimi osservatori occidentali sdegnati da questi orrori, credeva nella divinità di Budda. Eravamo indignati perché i taliban non rispettavano il “patrimonio culturale” del loro paese e dell’intera umanità. I taliban, invece, che credevano davvero nella loro religione, non sono sensibili al valore culturale dei monumenti delle altre religioni. Il paradosso è che per i taliban, molto più che per gli occidentali liberali, le statue di Budda erano una vera sfida spirituale e un contropotere.

Oggi tutto è cultura. Le scienze umane si stanno trasformando in cultural studies. Per quanto riguarda la religione, noi occidentali ci limitiamo a seguire alcuni rituali nel rispetto per lo “stile di vita” della nostra comunità, come gli ebrei non credenti che si adeguano alle regole kasher “per rispetto della tradizione”. Anche se non crediamo a Babbo Natale, ogni dicembre c’è un albero illuminato in tutte le case e perfino nei luoghi pubblici. “Cultura” è il nome di tutte quelle cose che facciamo senza crederci veramente, senza prenderle sul serio. Se liquidiamo i fondamentalisti come “barbari”, non è forse perché osano prendere sul serio le loro credenze? Oggi chi non prende le distanze dalla sua cultura è una minaccia.

Forse le leggi cinesi sulla reincarnazione ci sembrano oltraggiose non perché sono estranee alla nostra sensibilità culturale, ma perché svelano il segreto del nostro modo di agire: come in tutti i governi “civili”, tollerano con rispetto qualcosa che non prendono sul serio e cercano di contenerne le conseguenze politiche.

(text by: Slavoj Zizek, Internazionale, n.715 – anno 14)

3 Responses to “Religione potere e cultura”

  1. mosq Says:

    finalmente un po’ di cultura su questo bel blog!
    :P

    ciao
    m.

  2. maledicta Says:

    interessante, lucido
    ma davvero la cultura è solo babbo natale?
    daiiii…..

  3. ajorn Says:

    Zizek è super_simpa :)) andatevi a cercare qualche sua lezione sul web davvero gustoso :))

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