Il linguaggio dei simboli

Il tema è affascinante, ma spesso viene trattato solo in modo superficiale. Stavolta lasciamo sia Alain Daniélou, dalla sua splendida prospettiva, a farci da guida. Buon viaggio a tutti.

altPer rappresentare qualche cosa in termini di qualcos’altro c’è bisogno di un sistema di corrispondenze. La trasposizione di un ordine di cose in un secondo può avvenire unicamente con l’aiuto di equivalenti, evidenti o arbitrari, chiamati simboli. Per esprimere i raccolti in termini di quantità servono simboli: i numeri. Per tradurre le idee in suoni, si impiegano ancora simboli: le parole. Per riprodurre le parole in modo grafico c’è bisogno di simboli: i caratteri. Un simbolo è l’espressione analogica, percettibile, di un oggetto o di un’idea. Il linguaggio è una forma particolare di simbolismo. La scrittura, all’origine probabilmente sempre basata su ideogrammi, è essenzialmente simbolica.

Un simbolo può essere naturale o convenzionale. La relazione diretta tra due ordini di cose, l’intersezione di due realtà o di due aspetti dell’esistenza, è la radice dei simboli naturali.

Nella teoria cosmologica induista il simbolismo è concepito come estrinsecazione di una realtà, come ricerca di punti particolari in cui diversi mondi si incontrano e dove la relazione tra entità che appartengono a ordini differenti può diventare palese.

altSecondo questa concezione dell’universo, tutti gli aspetti del manifesto provengono da princìpi comuni e hanno, per così dire, antenati comuni. Esistono dunque un parallelismo sicuro e molte equivalenze trai suoni, le forme, i numeri, i colori, le idee, come pure tra gli stati sottili e trascendenti e le forme materiali. I fenomeni astronomici, per esempio, possono essere considerati simboli fondamentali: in essi è facile trovare la raffigurazione di leggi universali, un’espressione diretta del pensiero che creò il mondo. Il simbolismo vero, lungi dall’essere inventato dall’uomo, scaturisce dalla Natura stessa, la quale non è altro che la concretizzazione, il simbolo di una realtà più elevata.

Quelli che noi immaginiamo come aspetti del divino sono essenzialmente i prototipi più o meno astratti della poliedricità del manifesto. Per i caratteri che li contraddistinguono questi prototipi costituiscono i modelli in base ai quali sono plasmati a loro margine le sfaccettature della realtà sensibile. Perciò ogni aspetto divino sembra possedere affinità con forme, numeri, colori, piante, animali, parti del corpo, energie vitali, costellazioni, suoni, ritmi, momenti particolari dei cicli del giorno, dell’anno, degli eoni, e così via.

altIl pantheon induista e la sua teoria iconografica si fondano sul presupposto che tali affinità esistano veramente. Per questa ragione, una qualità del divino può essere rappresentata e adorata in maniere estremamente diverse e tuttavia strettamente equivalenti: un’immagine mentale, un diagramma geometrico (yantra), una scultura atropomorfa (murti), una formula recitata (mantra), un essere umano particolare (madre, maestro, ecc.), un frutto, un animale, un minerale. Ognuna di tali forme viene usata indifferentemente come un supporto tramite il quale il rito e meditazione possono raggiungere il principio di cui sono l’immagine, l’aspetto visibile.

(text by: Alain Daniélou, “Miti e Dèi dell’India“, 1992 – art by: Jim Woodring)

2 Responses to “Il linguaggio dei simboli”

  1. alessio Says:

    wow!

  2. Airel Says:

    Libro letto e consumato. Stupendo. Ti consiglio anche Immagini e Simboli di Eliade: illuminante. Ciao

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