Perdere la faccia

altSu tutto ciò che entra nel mondo dei nomi e delle forme, un nome è inflitto, una forma imposta, ma se l’orecchio interiore presta ascolto alla melodia segreta, alla pura musicalità dell’essere, si è liberi interiormente, quali che siano le maschere sociali via via indossate.

Non si è le varie persone successivamente interpretate, sotto la maschera si rimane senza volto; si è un vuoto risonante, una cassa armonica.

Una mente ottusa e secolare reprime questa interiore musicalità: la maschera mondana diventa la pelle del viso. Allora l’idea che essa possa esserci strappata, getta nel terrore; tutto si affronta pur di non perdere la faccia.

Attinta l’esperienza metafisica, viceversa, il proprio viso non è altro che la mascera adottata per caso all’atto di entrare nel mondo caduto, dove maledizione vuole che si pratichino i giochi illusori legati al nome e alla forma, mentre chi ha conosciuto l’esperienza metafisica lascia che la propria forma li pratichi senza mai scordare che di gioci illusori si tratta.

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Il nome e la forma che capiti di assumere nel mondo caduto, per chi viva nella pura musicalità dell’essere, altro non sono che un frammento di spazio, che non coincide con noi stessi più di qualunque altro frammento contrassegnato da un nome e da una forma; che una faccia, che non è nostra più di qualsiasi altra.

Perdere la faccia è perciò un ottimo affare.

Ci sono attimi di grande intensità, anche nella vita ordinaria, quando non si vede l’ora di disfarsi della propria persona. Perfino nei comuni amori spesso si compiono gesti folli e crudeli perché la forza dell’emozione spezza la forma consueta della persona. In un momento del genere un personaggio di Djuna Barnes in Bosco di notte, pensando alla sua amante, si dice: “Farò qualcosa che non mi potrà mai perdonare, così potremo ricominciare tutto daccapo come estranei”.

Una volta senza faccia, spogliati della nostra persona, si cessa di riverire l’esser nati da certi genitori in un certo luogo. Si enuncia allora con trasporto: “Mio padre è il sole e mia madre la luna”. Si getta via la propria storia personale come un peso uggioso. In una composizione teatrale di Kantor gli attori reggono ciscuno un pupazzo inerte. Una delle attrici si mette a ballare un valzerino grottesco, i pupazzi cominciano a seguirla e ben presto è come se essi muovessero gli attori; così gli uomini si fanno trasportare dalle loro biografie.

(testo tratto da: “Archetipi“, di Elémire Zolla)

11 Responses to “Perdere la faccia”

  1. atina Says:

    “L’attaccamento alla propria immagine e la facilità con cui questa immagine può essere messa
    in dubbio spiegano in parte la ragione per cui ognuno trova che il contatto con altri è sempre
    qualcosa di molto impegnativo.” (Goffman, I rituali dell’interazione, il Mulino, Bologna, 1988: 8)

  2. orgo Says:

    non so bene se è in antitesi o in concordanza con quelo che è scritto qui, che peraltro mi aggrada assai… ad ogni modo: la nostra faccia sociale si genera e si mantiene in piedi attraverso una rete incredibilmente sofisticata di detti, non detti, micro-rituali quotidiani, interazioni, simboli. una rete che possiamo chiamare anche “grammatica di potere”.
    in questo senso (che è un senso diverso da quello inteso da zolla), perdere la faccia non vuol dire necessariamente liberarsi da una struttura di potere, ma anzi (solitamente) vuol dire rafforzarla, ovvero mettere in moto quelle micro-interazioni della vita quotidiana ( http://www.filosofico.net/goffman.htm ) che attraverso rituali di degradazione, riparazione, etc fanno si che il piccolo teatro del mondo sociale continui ad andare avanti.
    cioè, parlare di potere a questo livello vuol dire ragionare nel molto molto piccolo e nel molto molto intimo: si tratta di quelle dinamiche che abbiamo incorporato fin da bambini, e alle quali spesso fatichiamo a trovare un volto e un nome… Insomma, in questo senso (che, ripeto, è molto diverso da quello che intende zolla) perdere la faccia non basta… bisogna vedere in se stessi le piccole grammatiche di potere quotidiane… il che, peraltro, può essere una cosa estremamente noiosa.. ma tant’è…
    comunque, la cosa qui sopra è tipo, ehm, una rilettura in chiave libertaria dei ragionamenti di Erving Goffman ( http://en.wikipedia.org/wiki/Goffman )
    ciao
    orgh

  3. george Says:

    non penso si debba ricercare antitesi o concordanza fra le due questioni,
    credo siano complementari; punti di vista differenti sullo stesso oggetto.

    la faccia di cui parla zolla è la nostra collezione di maschere mondane, gli serve evidenziarne l’artificiosità e la forte potenzialità castrante per l’uomo in contrapposizione con quella realmente liberatoria e autorealizzante dell’esperienza metafisica.

    la questione sulle maschere però non si esaurisce a questo,
    il punto di vista di zolla in proposito è molto bello ma si riferisce anche ad una sua particolare accezione.

    le maschere sono un po’ come i vestiti e il linguaggio, sono veicoli di comunicazione, situazione quest’ultima che si può verificare solo dopo l’apertura di un canale bidirezionale fra due individui, canale che può venire aperto con differenti livelli di profondità e quindi a diversi livelli di vulnerabilità.

    se comunicare ci serve per sopravvivere e crescere
    è vero che non possiamo farlo con tutti allo stesso modo,
    in generale queste maschere sono anche strutture di protezione, proprio come i vestiti;

    potersene stare anturalmente nudi è fra le esperienze più fiche ci possiamo concedere, ma sappiamo di non poterlo fare sempre e ovunque, perché la nostra nudità, se non si è sufficientemente forti, può essere utilizzata come debolezza attraverso cui un individuo malintenzionato può esercitare potere su di noi, è quindi una sorta di corazza di cui ci dotiamo nel corso della vita…

    …non credo sia possibile (e nemmeno auspicabile) liberarsene totalmente nei rapporti con l’esterno (mi perdonino per le semplificazioni),
    mentre è fondamentale (come mi pare voglia sottolineare zolla) averne completa consapevolezza, e non prendere mai troppo sul serio nessuna di queste autorappresentazioni.

    in quest’ottica “perdere la faccia” è un’esperienza catartica

    sto semplificando molto ma spero di essere comprensibile

  4. Org= Says:

    si, comprensibile e condivisibile.
    eccetto la parte sulla comunicazione, nel senso che non sono per niente convinto che funzioni così, ma si entra in una altro campo e io ancora oggi non ho concluso una mazza :)
    questo mi fa venire in mente l’ennesimo link randomico (che è il modo fico di dire “una cosa che non c’entra un cazzo ma che mi strippa”).
    Castaneda continua a fare le sue comparsate da Don Juan, e al lettore continua a venire l’ernia iatale perchè Castaneda è troppo babbo e riesci a spiegartelo solo in funzione di una struttura narrativa che però a volte sembra inficiare il valore di quello che scrive. Ma questo non c’entra. Il succo è che un bel giorno Don Juan si presenta ad un appuntamento vestito di tutto punto, e Castaneda va in trip più che con un chilo di peyote perchè questo crea una frattura profonda nel asuo senso della realtà, giacchè Don Juan veste una maschera radicalmente diversa, il che è molto peggio che essere nudi. Al che Don Juan gli spiega che una tecnica fondamentale nell’arte dell’agguato è la capacità di adeguarsi strategicamente a qualsiasi contesto, il che si può trasformare in quello che dicevamo qua come la possibilità di cambiare faccia a piacimento… ilche ci riporta alla domanda di partenza: cosa c’è sotto il vestito? (a parte, ovviamente, un dildo da mezzo metro color blu di prussia)

  5. orgonne Says:

    ah, ecco
    ho appena trovato tre pagine su wikipedia che mi paiono abbastanza ben fatte sull’approccio dell’interazionismo simbolico

    http://en.wikipedia.org/wiki/Dramaturgical_perspective

    http://en.wikipedia.org/wiki/Symbolic_interactionism

    http://en.wikipedia.org/wiki/Impression_management

  6. george Says:

    sì,

    forse non è corretto parlare delle maschere in forma di veicoli di comunicazione, quanto piuttosto di fattori che ne contribuiscono la definizione.

    ma lo strippo qui diventa una voragine e son troppo ingorante in materia per scriverne; queste fino ad ora sono solo grumi di pensiero raddensatisi dopo molte chiacchierate low-profile sull’argomento.

    su cosa ci sia invece sotto il vestito, a parte il dildo blu di prussia, i lacci in cuoio e le mollette d’acciaio, credo questa sia un’ottima suggestione da cui partire.

  7. orgo Says:

    già. e qui si arriva alla domanda che faceva m. l’altro giorno: serve a qualcosa leggere tanto? insomma, sono tutte opportunità, ma se si vuole dare una sbirciata in quell’altra cosa, bisogna ricompattare tutte le tipologie in una cosa che è una e molteplice… di solito ci perdiamo nell’organizzazione della molteplicità.

    ah, poi una cosa: quando facciamo i post qua sopra è tutto un profluvio di “spero di non essere troppo logorroico” o “sono cose che andrebbero approfondite, e le sto banalizzando”…
    se si vuol vedere spazi come questi come campi di possibilità, forse la cosa migliore è sparare “Grumi di pensiero raddensatisi dopo molte chiacchierate low-profile sull’argomento”. ecco

  8. george Says:

    :: serve a qualcosa leggere tanto?
    La risposta è sì, ma la questione è che leggere troppo ed esclusivamente è sicuramente male.

    Io però spesso ho dei limiti nella concretizzazione di un tot di cose, imparate dai libri, che vorrei realizzare/sperimentare; probabilmente si tratta di una sorta di “motivazione antagonista”, che andrebbe combattuta con maggior fermezza.

    Non so se è una caratteristica propria della società in quest’epoca piuttosto che una caratteristica umana,
    fatto sta che viviamo una sorta di sindrome che ci spinge a cercare dalle nostra azioni il “massimo guadagno potenziale”, apparentemente raggiungibile solo dopo un’interminabile fase di studio; alla ricerca della miglior via da seguire.

    Ci si dilunga troppo nella fase di documentazione/ricerca continuando a procastinare quella decisionale/attuativa.

    qui si apre un altro strippo….

  9. orgo Says:

    credo che sia uno dei diversi effetti della rimozione della morte dal nostro set di cose concepibili. è qualcosa che spazziamo sotto il tappeto. il mssimo guadagno potenziale si trasforma in un nulla di fatto, perchè strappando la materialità della morte dal nostro panorama diventiamo incapaci di organizzare l’equilibrio tra azione e contemplazione (dove, non è detto che l’azione sia la scelta che muove).

    in più, a dir la verità, concorre a ciò l’infodroga, ovvero quel godimento fine a se stesso eq uindi sublime che deriva dallo spararsi in cranio tonnellate di informazioni a sprazzi e rimpastarsele in testa pastellandole con i neironi. un pò come facevamo qua http://www.kyuzz.org/anarcociclismo/ .e’ una pratica profondamente edonistica, e bisogna rispettarla.

    la controparte giusta e necessaria è la nausea anti-intellettuale, rifuggere da tutte queste tonnellate di pagine che prendono polvere e che ogni tanto ti rovinano sul fondocranio e dire basta! e dispiegarsi in orizzontale una volta tanto su cose semplicemente più umane tipo dormire, fare l’amore, e sentirsi (non capire) immerso a bagno maria in network di creature

    forse ho bisogno di un altro caffè

  10. mosquito Says:

    bene-bene, mi riallaccio qui agli ultimi due post…
    maschera/e è veramente un tema vastissimo, potrebbe essere il tema per un blog tutto dedicato all’argomento, e io NON INTENDO parlarne…;)
    il tema letture invece mi solletica e allora…:
    credo che la lettura abbia sempre qc a che fare con la masturbazione, uno legge legge legge e più legge più trova cose da leggere, stimoli alla lettura… non è onanismo questo? Ora quantità e qualità: alcune letture sono più interessanti di altre ma la grande diffusione di Oggi Gente e tonnellate e tonnellate di carta stampata di pessima qualità che senso ha?? è bisogno di leggere? è bisogno di informazioni? lo escludo…
    è intrattenimento e deforestazione, è inquinamento terrestre, offuscamento del mondo delle idee, è ipnosi, incatenamento mentale… Un giorno ricordo di aver sentito Alda Merini raccontare di come anche Novella 2000 possa diventare improvvisamente veicolo per la poesia. MA lei è Alda Merini e conosco poche persone che saprebbero passare le esperienze che lei ha passato e scriverci sopra poesie… masturbazione, dildo blu di prussia, nuove forme religiose… tutto ciò mi suggerisce l’immagine di grossi erbivori ruminanti, tribù assai popolose nelle università italiane, che non hanno altra utilità che per le feci
    che producono, fertili in mano a contadini che sanno sporcarsi le mani… e che quindi una loro utilità in termini di ecosistema ce l’hanno.
    Leggere leggere leggere per poi FARE COSA?
    Perché, non so voi, ma io dopo una stimolazione prolungata voglio solo VENIRE, PRODURRE, CREARE.

    Mi affascina notare come gli occhi che scorrono sulla pagina, la lingua che articola le parole, siano gli stessi occhi, la stessa lingua, che passano sulla pelle della mia compagna, che indugiano ora qui, ora là… gli stessi occhi che un attimo prima leggevano Zhuang-zi o Carter, Lucrezio o Artaud, Ippolita o Laplantine, Blackswift o i manoscritti di Mestre Noronha
    sono gli stessi che guardano inturgidirsi un capezzolo o l’affiorare del sudore sulla pelle, la stessa lingua che prima assaporava i versi di Caproni, Hyner, Char o Pasternak è la stessa lingua che ora si immerge in altri sapori… questo sì!

  11. orgo Says:

    non so
    è tutto il giorno che mi devo smazzare per lavoro roba che va dal food feminist studies alla disastrologia, dalla costruzione sociale del rischio alla crisi della comunità… adesso ho solo voglia di birra…
    l’unica cosa buona della scelta di leggere per professione è che ad un certo punto ti viene la nausea, ed allora riesci a staccare e ti metti a cercare di sentire dove sta l’ombelico.
    che poi questo significhi gettarti tra le mille braccia della dipendenza è un altro paio di maniche.

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