Trance e coscienza

Pubblichiamo un testo di Jean-Manuel Traimond su trance e coscienza, un bel contributo nella disputa sulla natura della nostra mente:


La trance è un curioso stato mentale in cui la coscienza è concentrata, focalizzata. Al contrario del suo stato normale, durante il quale la coscienza è la scelta dello stimolo ritenuto più importante fra le centinaia di sogni, pensieri, deduzioni, sensazioni, odori, pesi, ecc., che assalgono nervi e cervello.

La trance consiste nell’ammettere nella coscienza un solo stimolo, o un solo fascio, fortemente legato, fortemente omogeneo, di stimoli: un mantra, la voce dell’ipnotizzatore, l’azione straordinariamente multipla ma sovranamente padroneggiata dalla grande danzatrice in pieno assolo, del bravo vasaio nel pieno di una costruzione delicata, l’amok del soldato scatenato che lotta per salvare la pelle e non si accorge che una pallottola gli ha portato via un braccio, l’esaltazione dell’oratore che trascina la folla, il completo oblio di sé e il completo assorbimento nella musica di un’adolescente che balla scatenata in un concerto rock, la tensione della cuoca che segue la preparazione e la cottura di dodici piatti contemporaneamente. Chiunque ha vissuto esperienze simili. Gli stimoli avventizi, in ogni caso, continuano a essere mandati ai nervi. Ma la coscienza è occupata, non alza la cornetta del telefono.

A questo punto, grazie a Dennett, tiriamo il collo a una falsa immagine della coscienza; che però è probabilmente la più diffusa e deriva dallo stesso errore che fa chi comincia un corso di disegno: non disegna ciò che vede, ma quello che sa. Non disegna l’ovale che forma il tavolino quando lo si vede da una certa angolazione. Disegna un tondo perché sa che il tavolino è tondo.

Così molti continuano a descrivere la coscienza come un teatro in cui appare di volta in volta un personaggio_pensiero, magari gobbo e mutilato.


Questo teatro pone un grave problema, perché suppone che la coscienza vera e propria, la mente ultima, sia il misterioso spettatore del teatro, vuol dire rinunciare a capire la mente. Vuol dire spostare indietro il problema, spiegare l’oppio per via della sua proprietà soporifera. Vuol dire: come pensiamo? Pensando! Chi è infatti questo spettatore nella mente? Una mente più piccola incapsulata in quella grande come in una bambola russa? La mente si dovrebbe spiegare con la presenza della mente? Obiettare che non è immaginabile nessun’altra soluzione, ribatte Dennett significa confondere il fallimento dell’immaginazione con la rivelazione della necessità.

Peggio ancora, accettando l’esistenza a questo teatro immateriale, rafforziamo la tesi di una differenza ineluttabile fra la materia e lo spirito. Ricadiamo fra coloro che vogliono far derivare dall’esistenza di uno spirito irriducibile alla materia la prova di un Dio irriducibile al mondo.

Agli amanti dell’anima rispondiamo con un breve apologo di Dennett, Immaginiamo il visitare il Paese dell’Amore tutto fatto di zucchero, rose e nastrini. I meccanici e gli ingegneri di questo paese, imbevuti della sua atmosfera sentimentale, affermano che le cose hanno un’anima. Queste anime sono ovviamente piene d’amore reciproco. Siccome le anime si amano, le cose anelano ad avviniarsi l’una all’altra. E di questo desiderio di prossimità, i nostri meccanici e ingegneri sanno approfittare. Se si spinge una cosa un po’ più a destra, essa si avicinerà più velocemente di un’altra. Al contrario, se si vuole la sua immobilità, basterà collocarla a equa distanza rispetto a due altre cose ugualmente attraenti. Se infine si vorrà rallentare la corsa i una certa cosa utile, bastrà piazzarne abilmente un’altra che fungerà da contrappeso.

Che direbbero dei visitatori moderni al Paese dell’Amore di fronte a una metafisica così fisica? Direbbero che ciò che quei cuori teneri chiamano anima si chiama in realtà centro di gravità.

Eppure, se prendiamo ad esempio un selciato di granito, lo si può analizzare finché si vuole, ma non si scoprirà mai al suo interno un omino rosa che s’inchini sotto il microscopio proclamando: “Buongiorno, sono il centro di gravità, per servirla!”. Un centro di gravità, idiscutibilmente definibile, risulta comunque indiscutibilmente inesistente.

La coscienza esiste tanto quanto il centro di gravità. Nessun atomo del selciato di granito è da tutta l’eternità il centro di gravità del selciato. Nessuna ghiandola, pineale o altro, è il luogo, il nascondiglio, l’antro, il foro di gonfiaggio della coscienza. Il centro di gravità è semplicemente il punto di equilibrio di mille forze che si esercitano di più o di meno lì dove si ammassa più o meno granito. Allo stesso modo la coscienza non è altro che un grado di attenzione per il quale lottano mille pensieri, mille sensazionil, mille regolazioni.

Il centro di gravità è una finzione del mondo fisico. La coscienza è la finzione della mente riguardo a se stessa.


Prendiamo in considerazione una signora che aspetta l’autobus. Per quanto, nell’attmo I, sia convinta di pensare solo alla lepre in salmì che cucinerà per suo nipote N, è facile dimostrare che nello stesso tempo la sua mente pensa a molta altre cose. Visto che non cade nonostante le spinte continue del signore maleducato dietro di lei, sappiamo che mantiene il suo equilibrio. È un’operazione delicata che richiede, microsecondo dopo microsecondo, di confrontare l’azione di venti o trenta muscoli (il che significa trattare simultaneamente le migliaia di messaggi che provengono da migliaia di recettori tattili) con l’informazione, continuamente variabile, proveniente dall’orecchio interno. Il riempimento lento, costante, della vescica della signora stimola in permanenza i ricettori tattili attorno alla sua vescica. Al di qua di un certa intensità, questi stimoli sono così banali che il cervello relega in fondo all’aula, vicino al calorifero.

Sfaticati anche i segnali P provenienti dai polmoni, che regolano l’azione dei muscoli intercostali e del torace. Cocche del cervello di questa signora buongustaia sono invece le sensazioni di appetito A, che, lungi dall’interrompere le ruminazioni culinarie, le rafforzano. Confinati in esilio, i desideri sessuali S faranno fatica a aver accesso alla sua coscienza di cattolica fedele e di donna attempata che gli uomini non guardano più: ma capita che sfondino la porta…

Così, nonostante che la signora è convinta di pensare solo al suo compito culinario, noi potremmo, se non fossimo accecati dalla finzione del tatro interiore, notare diversi gradi di cosciena accordati ai suoi pensieri di conflitto, la loro variabilità tremula come una goccia d’acqua sulla foglia di un albero: anche solo nel campo visivo, quanti elementi visti e non guardati!

Se guardiamo un bicchiere di succo d’arancia, vediamo anche il tostapane, ma siccome abbiamo sete, non lo guardiamo. Eppure non è sparito dal nostro campo visivo, le nostre retine continuano a scorgerlo. Se cadesse perché il gatto tira il filo elettrico, ce ne accorgeremmo immediatamente: non siamo quindi né coscienti né inoscienti della presenza del tostapane.


La coscienza, più che un teatro, è un microfono che i componenti di un’orchestra imprevedibile, sempre mutevole, attiva, volatile, eccitabile e che cede solo alla forza, si disputano accanitamente.

In effetti, non dovremmo neppure mantenere la metafora del microfono, che concede ancora troppa densità fisica alla coscienza. Essa infatti non è un luogo, un’entità, ma una caratteristica dei pensieri e degli stimoli che al momento dominano. Solo la necessità brutale, lo sforzo più intenso, la concentrazione più perfetta, o la trance più profonda, riescono a far suonare all’unisono questa orchestra disunita. Si possono leggere in Damasio utili precisazioni e aggiunte su questo argomento, in particolare sui diversi gradi di coscienza (proto-sé, sé-centrale, sé autobiografico) e sui loro legami con il corpo e la memoria.

I buddisti sono arrivati molto vicino al cogliere la natura capillare, molteplice, effervescente della mente, poiché il loro unico desiderio è ridurla a un contenitore immobile e trasparente. Tuttavia commettono un errore: hanno sicuramente capito che la mente è meno piena di quanto sembri a noi, che manca di qualcosa. Ma pur avendo capito che lo spettatore del teatro è un’illusione mentale, si permettono a torto di dedurre, a partire dal vuoto dei palchi, il vuoto del mondo. Se è vero che non c’è teatro, c’è però un’orchestra.

(testo tratto da: “Piacere Dolore Potere, un approccio anarchico al sadomasochismo“, Jean-Manuel Traimond, edizioni Elèuthera, 2007)

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