Animali che si drogano

L’etologia delle droghe è un argomento affascinante. L’uomo, come ricordiamo più volte, ha la presunzione di possedere caratteristiche speciali che lo rendano unico nel panorama degli esseri viventi; in realtà ci si sorprende nello scoprire quante caratteristiche, a prima vista uniche, condividiamo coi nostri parenti animali.

Saccheggiamo alcuni articoli di Giorgio Samorini per svelare questo poco conosciuto aspetto della vita animale.

La connotazione negativa del concetto “droga” si fa ancora più esacerbata in un ambiente culturale che nega qualunque utilità dell’atto di drogarsi. La droga fa male, la droga è vizio, la droga è sintomo di un disagio e di una sofferenza individuale e sociale. Tali giudizi portano al luogo comune, spesso sottinteso, che l’uso della droga è un comportamento aberrante umano, peculiare della specie umana.

A contraddire questo paradigma del pensiero occidentale moderno v’è un insieme di dati, sempre più cospicuo e incontestabile, ma che continua ad essere sottovalutato, che dimostra che il comportamento di drogarsi è diffuso anche nel mondo animale.

In questi ultimi decenni, con l’adozione di tecniche di osservazione sempre più raffinate e la centralizzazione dei dati raccolti su tutte le regioni del globo, gli etologi stanno accumulando una massa di dati sugli animali che si drogano tale da non potere più essere sottovalutata. Ciò che poteva sembrare inizialmente un’eccezione, appare ora una regola comportamentale diffusa a tutti i livelli del mondo animale, dai mammiferi agli uccelli, agli insetti, e l’interpretazione di questo comportamento come un particolare “sintomo di malessere” non è più accettabile. Si dovrà invece sospettare che nel comportamento animale – e quindi umano – di assumere droghe v’è una qualche componente naturale; in altre parole, la droga svolge negli animali una qualche funzione naturale non ancora compresa.

Il locoismo:
Uno degli esempi più palesi ed eclatanti di un comportamento di “tossicodipendenza” negli animali è quella nei confronti delle “locoweed”, traducibile in italiano con “erbe pazze” o “semi pazzi“, o ancor meglio con “erbe che provocano la pazzia“. Si tratta di un folto gruppo di specie di erbe selvatiche dei campi (almeno una quarantina) appartenenti soprattutto al genere delle Leguminose, che sono psicoattive per diversi animali. Gli animali sino ad oggi individuati coinvolti nella tossicodipendenza da “erba pazza”, nota come locoismo, sono: mucche, muli, cavalli, pecore, antilopi, maiali, conigli, galline.

Una caratteristica del locoismo risiede nella tenacia con cui gli animali cercano la pianta per loro inebriante. Mentre gli allevatori sradicavano l'”erba pazza” dai pascoli, si sono viste mucche e cavalli rubare i sacchi in cui l’erba era stata raccolta, rovesciando addirittura i carri dove questi sacchi erano stati stipati. I cavalli, in preda ad allucinazioni e attacchi maniacali incontrollabili, dopo aver divorato i fiori e le foglie dell'”erba pazza”, si mettono a scavare per estrarre e mangiare anche la radice.

Elefanti ed alcol:
Da tempo è nota la passione che hanno certi elefanti per l’alcol. In Africa questi pachidermi sono golosi dei frutti degli alberi di diverse specie di palme (doum, marula, mgongo, palmira). Quando maturi, questi frutti tendono a fermentare velocemente, alcuni quando sono ancora attaccati all’albero.

Gli elefanti si cibano dei frutti in fermentazione caduti al suolo, quindi agitano e colpiscono l’albero con la proboscide e con il corpo per farne cadere altri. Il processo di fermentazione del frutto produce alcol etilico in concentrazioni sino al 7% e questo processo continua ancora quando il frutto si trova nell’apparato digerente dell’animale, con conseguente produzione e assorbimento di ulteriori quantità di alcol.

Se sono in gruppo, la competizione fra gli elefanti fa si ch’essi mangino una maggior quantità di frutti nel periodo di tempo più breve possibile. Gli elefanti si ubriacano e ciò appare essere una conseguenza tutt’altro che accidentale. Essi ricercano l’effetto inebriante di questi frutti.

Mentre il branco è solito percorrere nella foresta non più di una decina di km al giorno, quando è il periodo della maturazione dei frutti di quelle palme (in particolare le specie di Borassus), i maschi adulti possono staccarsi dal branco per percorrere in un giorno la distanza di oltre 10 km che li separa dal luogo di crescita di quegli alberi, la cui localizzazione è a loro ben nota.

Gli elefanti ubriachi diventano ipereccitati, sobbalzano di fronte a suoni insoliti o a movimenti repentini di altri animali o dell’uomo. Si impauriscono facilmente e ciò li rende aggressivi, come reazione di difesa. Un branco di elefanti ubriachi è considerato un serio pericolo per gli uomini.

Gli elefanti vivono in gruppi con una struttura gerarchica matriarcale. I piccoli sono soliti mettere la loro proboscide nella bocca della madre per prendere e saggiare ciò ch’essa sta mangiando. E’ in questo modo che essi apprendono che cosa mangiare. Quando la madre si sta cibando di un frutto fermentato, anch’essi di conseguenza si inebriano e apprendono come conseguire lo stato di ebbrezza.

Babbuini e frutti inebrianti:
I babbuini ricercano e mangiano il frutto rosso di un albero della famiglia delle Cycadaceae e non lo fanno in periodi di carestia, cioè per il motivo che non trovano altro di cui nutrirsi.

Dopo aver mangiato di questo frutto, essi appaiono come ubriachi, con andatura barcollante, incapaci di muoversi velocemente e possono diventare facile preda dei cacciatori umani.

Non sono mai stati osservati casi di morte diretta nell’uso di questo frutto nei babbuini, al contrario che nell’uomo, per il quale risulta velenoso.

Mandrilli e iboga:
Nelle foreste del Gabon e del Congo, i nativi affermano che, tanto tempo fa, osservarono i cinghiali scavare e mangiare le radici allucinogene dell’iboga.

I cinghiali che assumono l’iboga evidenziano un comportamento convulsivo, saltano di qua e di là e mostrano reazioni di paura e stati allucinatori. Anche i porcospini e i gorilla subiscono volontariamente questi effetti. Osservando questi animali, i nativi allora li imitarono e fu così che scoprirono gli effetti visionari di questa pianta.

Nel corso di ricerche in Gabon, volte allo studio dell’uso dell’iboga nel culto religioso del Buiti presso i Fang, Mitsogho, Apindji e altre tribù bantu che vivono nella foresta equatoriale, numerose volte l’autore di questo sito ha avuto conferma dai suoi informatori del fatto che diverse specie di animali si cibano di iboga per drogarsi.

Uno sciamano (nganga) mitsogho riportò l’uso dell’iboga fra i mandrilli maschio. I mandrilli vivono in comunità allargate, seguendo una rigida struttura gerarchica. In cima alla scala gerarchica v’è un capo maschio, a cui soggiacciono altri maschi forti e sotto di questi stanno i maschi più deboli. Quando un mandrillo maschio deve intraprendere una lotta con un altro maschio, per la conquista di una femmina o per conquistare un gradino gerarchico più elevato, non si cimenta immediatamente nella lotta. Esso si reca prima a cercare una pianta di iboga, la sradica dal terreno e ne mangia la radice; attende che gli siano saliti gli effetti (un’attesa che può durare 1-2 ore), dopodiché va all’attacco dell’altro maschio contro cui deve lottare. Il fatto che il mandrillo attende la salita degli effetti dell’iboga prima di attaccare dimostra un elevato grado di premeditazione e di consapevolezza di ciò che sta facendo.


Renne ed amanita muscaria:
Un caso noto da tempo di animali dediti all’uso di una droga psicoattiva riguarda le renne della Siberia, che si cibano del fungo allucinogeno Amanita muscaria (agarico muscario). Si tratta del fungo allucinogeno per eccellenza, il bel fungo delle fiabe dal cappello rosso cosparso di chiazze bianche. Le origini del suo utilizzo umano come inebriante si perde nella notte dei tempi e i dati archeologici ed etnografici hanno dimostrato la diffusione di questa pratica in Asia, Europa e nelle Americhe.

Questo fungo cresce sotto certi tipi di alberi, in particolare conifere e betulle. Durante l’estate siberiana, le renne si cibano fra l’altro di un insieme di funghi, ma il fungo preferito è l’agarico muscario che cresce nelle foreste di betulle. Esse vanno letteralmente a caccia di questo vistoso fungo e lo cercano proprio per lo stato di ebbrezza che procura loro. Dopo averlo mangiato, corrono di qua e di la senza un apparente scopo, fanno rumore, contorcono la testa e si isolano dal branco. Il più piccolo morso di agarico muscario induce nelle renne un vistoso stato di ebbrezza, caratterizzato dalla contorsione della testa, che è una delle manifestazioni più diffuse fra gli animali che si trovano in uno stato di ebbrezza.

E’ noto che negli uomini che si cibano di questo fungo la loro urina diventa anch’essa allucinogena. Fra le popolazioni siberiane v’era il costume di bere l’urina di chi si inebriava col fungo per conseguire un’ebbrezza ulteriore, a quanto si dice più potente di quella ottenuta con il fungo. Anche le renne “vanno matte” per l’urina di altre renne o degli uomini che si sono cibati dell’agarico muscario. Anzi, le popolazioni siberiane avrebbero scoperto le proprietà inebrianti dell’urina osservando il comportamento delle renne. Ogni qualvolta le renne percepiscono l’odore dell’urina nelle vicinanze, si precipitano su di essa, ingaggiando fra di loro delle battaglie per ottenere i primi posti attorno alla “pioggia dorata“. Anche gli scoiattoli e i tamia striati vanno alla ricerca e si inebriano con questo fungo, allo stesso modo – molto probabilmente – delle mosche.


Gatti ed erbe afrodisiache:
Diverse specie di felini, dalle tigri ai gatti, rimangono inebriati dopo aver mangiato o masticato foglie di determinate erbe. Il caso più noto è quello dei gatti e dell’erba gattaia, la Nepeta cataria, una comune erba dei campi incolti, che non va confusa la “erba gattaia” venduta nei negozi di animali, che è una specie di graminacea la masticazione dei cui steli induce il vomito nei gatti e ne purga l’apparato digerente.

Le foglie essiccate di nepeta sono disponibili in commercio, solitamente ricucite dentro a delle specie di cuscini e sono vendute come “vivacizzanti e ringiovanenti” per i gatti domestici.

Si è visto che il contatto di un gatto domestico (Felis domestica) con la nepeta risulta in una successione di comportamenti in quattro fasi. Innanzitutto il gatto annusa la pianta (per l’olfatto umano le foglie hanno un odore affine a quello della menta). Quindi il gatto lecca le foglie e a volte le mastica. Spesso si interrompe per fissare il cielo con uno sguardo assente, poi agita velocemente la testa da un lato all’altro. In una terza fase il felino si strofina contro la pianta con il mento e le guance. Quindi ruota tutta la testa strofinando l’intero corpo contro la pianta. I gatti maggiormente sensibili agli effetti della nepeta danno dei colpi leggeri alla pianta con le loro schiene (Todd, 1962).
Presenta anche una stimolazione sessuale: il maschio ha un’erezione spontanea, la femmina adotta i tipici comportamenti dell’accoppiamento, miagolando e dando con il corpo “colpetti amorosi” contro qualunque oggetto che incontra.

Questa droga sembra agire particolarmente sulla sfera sessuale dei gatti e accentua nelle femmine l’andamento ondeggiante durante le “danze” preparatorie all’accoppiamento con il partner. E’ stata avanzata l’ipotesi che l’erba gattaia sia un tempo servita nello sviluppo evolutivo dei gatti selvatici per predisporli all’attività sessuale, come un afrodisiaco naturale primaverile.

I gatti domestici, molti dei quali passano la vita intera senza aver mai visto una pianta di erba gattaia, stanno perdendo la capacità di percepire gli effetti di questa loro droga e attualmente, fra le mura domestiche metropolitane europee, solamente il 50-70% dei gatti risponde ai suoi effetti.

(text by: Giorgio Samorini, “Etologia delle droghe” – art by: “Bréviaire de Marie de Savoie“, 1430)

3 Responses to “Animali che si drogano”

  1. Massimo Says:

    E’ difficile ammettere che chi si droga, in qualsiasi modo lo faccia, (cocaina, fumo, eroina, alcol, psicofarmaci, telenovelas…) lo fa perchè prova piacere nel farlo. Il disagio sociale é solamente una delle tante condizioni che aiutano l’incontro con le droghe, ma non la ragione principale per cui qualcuno si droga.

  2. george Says:

    l’uomo si droga da sempre,
    sicuramente anche prima di diventare homo sapiens sapiens,
    e lo ha sempre fatto per i più svariati motivi.

    le sostanze non sono tutte uguali, hanno caratteristiche diverse,
    alcune modificano distorcono e scambiano le informazioni provenienti dai sensi
    in altri casi inducono la produzione di sostanze che producono sensazioni piacevoli
    altre ci rendono semplicemente più svegli, forti, intelligenti, etc

    questi risultati sono sempre stati cercati in se’,
    indipendentemente dall’uso di una sostanza.

    pensiamo alla fatica per raggiungere stati alterati di coscienza
    tramite pratiche come la meditazione, lo stress fisico (dallo sport al sadomasochismo), il digiuno, diete regolatissime, ecc.

    l’uomo ha cercato questi stati per entrare in contatto con gli dei e la natura, per intuire la complessità del mondo, per iniziare un membro alla propria comunità…
    …l’elenco si farebbe lunghissimo

    per scoprire un po’ meglio questo aspetto dell’uomo,
    senza perdersi fra le dispute contemporanee sul galateo sociale, consiglio la lettura de: “Il volo sacro” di Ugo Leonzio

  3. MIRKO Says:

    secondo me non c’è nulla di strano in tutto ciò.
    gli animali rispondo agli istinti molto piu di quanto lo faccia l’uomo. se scoprono che una determinata cosa provoca loro piacere , per esempio una droga, è ovvio che tenteranno di ripetere l’esperienza. a differenza dell’uomo che spesso è frenato da diverse ragioni.

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