Miti e leggende sul Sole

Nei testi babilonesi il Sole è chiamato: “Colui che illumina il buio e rischiara il cielo, che in alto e in basso annienta il male, che tutti i principi si rallegrano nel contemplare e che tutti gli dei acclamano”.

Nella mitologia scintoista giapponese, Izanagi e Izanam, rappresentano gli antenati originali, la prima coppia. Dopo la morte della moglie, l’inconsolabile Izanagi partì per la “terra delle tenebre” (Yomotsukuni) nella speranza di riportarla indietro. Non vi riuscì e sentendosi macchiato da quel ravvicinato incontro con la morte, andò a lavarsi al mare. Quando Izanagi si lavò il viso, dall’occhio sinistro emerse la dea del Sole, Amaterasu, e dall’occhio destro il dio della Luna, Tsuki-yomi. Ad Amaterasu venne assegnato il governo del cielo, ma tra i suoi compiti vi era anche la tessitura delle vesti delle sacerdotesse shintoiste.

Nella mitologia Papua si parla di Dudugera.
Egli fu concepito in maniera misteriosa. Un giorno sua madre si trovava in un giardino presso il mare quando vide un grande pesce che si trastullava nell’acqua bassa.Attratta dallo splendore delle sue squame, entrò in acqua e si mise a giocare con lui. Il pesce era in realtà un dio. Qualche tempo dopo la gamba della donna, contro cui esso si era strofinato, cominciò a gonfiarsi e a dolere, e quando il marito incise il rigonfiamento ne balzò fuori un bambino, Dudugera. Crescendo, l’aggressività di Dudugera incuteva timore negli altri ragazzi, che avevano paura di giocare con lui, e suscitava una tale avversione che venne gravemente minacciato. La madre, per metterlo al sicuro, decise allora di inviarlo da suo padre. Scese dunque al mare ed il dio pesce comparve, prese in bocca suo figlio e si allontanò verso oriente. Prima di essere portato via, Dudugera raccomandò alla madre di rifugiarsi all’ombra di una grande roccia perché egli stava per diventare il Sole, flagello dell’umanità. Sua madre e i suoi parenti seguirono il consiglio e dal loro riparo videro il calore del Sole aumentare e distruggere a poco a poco le piante, gli animali e gli uomini. Mossa a pietà da quello spettacolo, la madre di Dudugera decise di fare qualcosa. Un mattino, al sorgere del Sole, gli gettò della calce sul viso: in cielo si formarono così delle nubi che da allora proteggono la Terra dall’effetto nefasto del calore del Sole.


Gli indiani Piedi Neri narrano di un povero indiano che viveva di caccia e di bacche insieme alla moglie ed ai due figli.
L’uomo sospettava che, mentre egli si assentava alla ricerca del cibo, la donna andasse ad incontrare un amante.
Deciso a scoprire chi fosse, si rese conto che era un serpente a sonagli.
Bruciò la tana dell’animale e corse a casa.
La donna, furiosa, lo inseguì minacciando di ucciderlo.
Il marito le tranciò il capo con un’ascia ma il corpo continuò a braccarlo.
Il destino dell’indiano, il Sole, era di essere inseguito per sempre dalla moglie decapitata, la Luna, decisa a vendicarsi.

Wele, “colui che sta in alto”, la divinità suprema del cielo degli Abaluyia del Kenya, un gruppo settentrionale del popolo Bantu, creò dapprima il cielo e lo sostenne con dei pilastri. Quindi fece due fratelli, il Sole e la Luna, che dovevano aiutarlo nella creazione del resto dell’universo.
Ma quasi subito quei due corpi celesti si misero a lottare tra loro.
Prima la Luna espulse il Sole dal cielo, in risposta il Sole lanciò la Luna nel fango così da ridurne la luminosità.
Per mettere fine all’aspra battaglia, Wele decise che i due fratelli non sarebbero mai più apparsi insieme nel cielo: da allora il Sole splende di giorno e la Luna di notte.

Nareau, divinità creatrice degli abitanti delle Isole Gilbert, nel Pacifico settentrionale, all’inizio del tempo era da solo.
Così, impastando sabbia e acqua, creò due esseri primordiali, maschio e femmina. Nareau chiese loro di aggiungere al Creato l’umanità poi se ne andò in cielo.
Sfortunatamente sorse una lite tra i due, che si concluse con l’uccisione e lo smembramento del componente maschile della coppia. Il suo occhio destro venne gettato nel cielo d’oriente e divenne il Sole; l’occhio sinistro fu lanciato nel cielo d’occidente e divenne la Luna; il cervello andò a formare le stelle, la carne e le ossa divennero isole e alberi.

Tra gli Esquimesi si narra una vicenda più gioiosa: due giovani, fratello e sorella, si rincorrono per gioco in cerchio, sempre più velocemente finché salgono verso il cielo e diventano rispettivamente il Sole e la Luna.

Una favola andalusa che narra di due fratelli, uno buono e l’altro no.
Un giorno il primo chiese: «Perché continui a sfuggirmi? siamo soli al mondo e dovremmo aiutarci e volerci bene!»
Ma l’altro rispose: «Io amo stare da solo. E la tua presenza mi dà noia».
Alcuni anni dopo, il fratello buono si ammalò gravemente e sentendo prossima la morte, chiamò il suo unico parente: «Sto per andarmene, ti prego, almeno ora, regalami un sorriso!»
Ma l’altro rimase imperturbabile. «Così tanto mi odi? ricordati però che i veri torturatori della vita sono l’odio e l’egoismo. L’amore invece è luce.». Poi morì. Accadde allora che due angeli ne accompagnassero l’anima a Dio, il quale commosso dalla sua bontà ne volle fare l’astro più luminoso dell’universo. Così, quando il giovane cattivo vide brillare il Sole in cielo ne riconobbe il sorriso del fratello e finalmente capì i suoi errori: «Ecco l’amore che ho respinto, ora voglio contemplarlo per ogni momento della mia vita».
Allora Dio lo trasformò in un girasole.

In molte culture si parla non di un Sole, ma di molti soli che avrebbero solcato i nostri cieli.


Come nella mitologia degli Aztechi del Centro America, dove Tonatiuh era il quarto di una serie di dei solari o nella mitologia cinese che ci racconta di cosa avvenne durante il regno dell’imperatore Yao, molto tempo fa.

Apparvero in cielo all’improvviso 10 Soli.
A causa dell’immenso calore da essi generato la terra inaridì, le piante morirono e persino le rocce furono sul punto di fondere. I dieci Soli erano i figli di Di-Jun, dio del cielo orientale, e di sua moglie Xi He. I due vivevano in cima ad un albero enorme, alto centinaia di metri, che cresceva in una calda vallata oltre l’oceano.
Ogni giorno, sotto il controllo di Xi He, uno dei Soli compiva il suo viaggio attraverso il cielo.
All’alba Xi He accompagnava il figlio di turno sul posto di lavoro con il suo carro-drago. Inizialmente i dieci figli erano contenti delle disposizioni della madre, ma dopo qualche migliaio di anni si stancarono di quella routine e un giorno decisero di apparire tutti insieme, incuranti dei danni che avrebbero causato sulla Terra.
La situazione si fece così grave che l’imperatore Yao pregò Di-Jun di rimettere in riga i figli, ma questi non sentirono ragioni.
Allora Di-Jun inviò dal cielo l’arciere Yi, armato di un arco rosso e di 10 frecce bianche. Freccia dopo freccia, Yi cominciò ad abbattere i dieci Soli, ognuno dei quali esplose in una vampata di luce prima di cadere al suolo sotto forma di un corvo a tre zampe con il cuore trafitto da un dardo.
L’imperatore Yao si rese conto che l’umanità aveva in realtà bisogno almeno di un Sole e sottrasse dalla faretra di Yi una freccia.
In questo modo, uno dei figli di Xi He rimase illeso nel cielo e si evitò che la Terra sprofondasse per sempre nell’oscurità.

Nella mitologia greca, Elio lasciava al mattino il suo palazzo a oriente e attraversava il cielo su un carro d’oro tirato da quattro cavalli; la sera riposava nel suo palazzo d’occidente e di notte ritornava ad oriente attraverso il fiume oceano.

Il dio del sole degli Indiani Navaho del Nord America era Tsohanoai.
Ha forma umana e di giorno porta il Sole sulle spalle, attraverso il cielo, mentre di notte lo appende ad un piolo infisso in casa.

Nun, personificazione delle acque primordiali secondo gli antichi egizi, veniva raffigurato come un uomo immerso nell’acqua fino alla cintola con le braccia alzate a sostenere la barca del Sole. Questa “barca solare” usciva dalla bocca di Nut (la dea del cielo) e trasportava il Sole per le dodici ore del giorno, quindi il Sole sbarcava per salire sulla “barca solare notturna” con la quale rientrava nel corpo di Nut, dove trascorreva le dodici ore della notte.

In Scandinavia, Frey era il dio del sole che solcava il cielo a bordo del suo carro trainato da due splendidi cinghiali.

Ancora in Grecia si parlava di Eos, la dea dell’alba e sorella di Elio, nota ai romani con il nome di aurora, che attraversava ogni mattina il cielo su un carro trainato da due bei cavalli, Fetonte, “lo splendente” e Lampo, “scintillante”.


Tra gli Aborigeni australiani il Sole era visto come una donna che si svegliava ogni giorno nel suo accampamento a est, accendeva un fuoco, e preparava la torcia di corteccia che avrebbe portato attraverso il cielo.
Prima di esporsi, lei amava decorarsi con ocra rossa e gialla, la quale, essendo una polvere molto fine, veniva dispersa anche sulle nuvole intorno, colorandole di rosso, l’alba.
Una volta raggiunto l’ovest, sudata e sporca per via del lungo cammino, si lavava e rinnovava il trucco, colorando ancora di giallo e rosso le nuvole nel cielo, il tramonto.
Poi la Donna-Sole cominciava un lungo viaggio sotterraneo per raggiungere nuovamente il suo campo nell’est.
Durante questo viaggio sotterraneo il calore della torcia induceva le piante a crescere.

Nella leggenda di re Artù, Galvano era il cavaliere perfetto, lo strenuo sostenitore della cavalleria.
In vari racconti si dice che la sua forza, esattamente come la forza del Sole durante il giorno, aumentasse fino a mezzogiorno e cominciasse a calare subito dopo.

Tra gli indiani Hopi, il dio del sole è proposto come un uomo che percorre a piedi il cielo.
All’inizio del viaggio, essendo l’alba, è ancora piuttosto freddo così egli si copre con una folta pelliccia giallo-rossa, verso mezzogiorno il caldo si fa opprimente e l’uomo si toglie la pelliccia e resta con l’abito di pelle di daino, più chiara.
Alla sera, accaldato per il viaggio ed il notevole calore, si toglie anche la giacchetta rimanendo a torso nudo e mostrando la pelle rosso scura.

Il Sole, come si è visto, è stato spesso descritto con le sembianze di un essere umano, che rappresentava l’astro alle varie latitudini, in cui veniva più o meno temuto a seconda della forza con la quale colpiva la Terra, forza che può essere vivificatrice o mortale.

Nei luoghi in cui un grave problema era la siccità, frequentemente il Sole veniva rappresentato con un aspetto non proprio bellissimo, come fra gli Indù: Surya, il dio del sole, è rappresentato come un uomo dal colorito rosso scuro, con 3 occhi e 4 braccia, che viaggia su un carro trainato da 4 o 7 cavalli e guidato da Aruna, “rosato” all’alba; oppure tra gli antichi armeni, dove Vahagn aveva capelli di fuoco, la barba in fiamme e i suoi occhi erano come soli.

Un aspetto molto migliore era il dio del sole nei luoghi in cui quest’ultimo era fonte di prosperità o la cui presenza era anelata per molti mesi, pensiamo ad Apollo nei paesi del Mediterraneo oppure a Lug, delle antiche saghe irlandesi, che era noto per il suo bell’aspetto e per la sua abilità nelle arti e nei mestieri.

In molti paesi del mondo, l’eclisse è spiegata con un animale o un essere mitico che tenta di divorare l’astro (Eschimesi, Nord e Centro America, Africa) e in genere si reagisce provocando rumori per spaventarlo e quindi allontanarlo. L’eclissi era una occasione di terrore e sgomento per i Babilonesi, in quanto pensavano che sette esseri malvagi attaccassero la Luna, o il Sole.
In corrispondenza delle eclissi il sacerdote doveva seguire un rigido rituale: provvedeva a mantenere illuminato con una torcia l’altare, mentre intonava canti indirizzati agli dei e alle forze della natura. La gente, raccolta intorno, piangeva e gridava, con insistenza, fino alla fine del fenomeno.

Tra gli aborigeni australiani, un’eclisse di Sole era interpretata come l’unione tra la Luna-uomo ed il Sole-donna.
(fonte: “Dovunque il sole splende”)

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