Odino e il dono delle rune



“So che penzolai dall’albero scosso dal vento
Dondolai lì per nove lunghe notti
Ferito dalla mia stessa spada

Sanguinai per Odino
Me stesso in offerta a me stesso,
Legato all’Albero
Le cui radici nessun uomo
Sa dove si estendano”

(Odino, nel Discorso dell’Altissimo, dall’antico poema nordico Edda, circa 1200 d.C.)

Si tratta di un rito d’iniziazione di struttura parasciamanica; Odino rimane appeso all’Albero Cosmico, il cuo nome, Yggdrasil, significa il cavallo di Ygg, uno dei nomi di Odino stesso. La forca è detta cavallo dell’impiccato, e sappiamo che le vittime sacrificate a Odino erano appese agli alberi; ferendosi da solo con la lancia, e astenendosi dall’acqua e dal cibo, il dio subisce la morte rituale e acquisice la saggezza segreta di tipo iniziatico.
Grazie a questo auto-sacrificio Odino acquisisce i segreti della divinazione e delle rune, lettere che, incise sul legno, sulla pietra, sulle lame delle spade, sulla lingua dei poeti, sugli zoccoli dei cavalli, sono l’origine stessa di ogni conoscenza e di ogni potere. Odino ottenne questa sapienza, diventando il primo Erilaz, ovvero il primo maestro runico, immolando sé stesso in sacrificio a sé stesso. Il dio diventa così il signore incontrastato della saggezza e delle scienze occulte, dio della guerra, dell’estasi e della poesia.
(Fonti: Wikipedia; Mircea Eliade Storia delle credenze e delle idee religiose)

2 Responses to “Odino e il dono delle rune”

  1. orgone Says:

    http://en.wikipedia.org/wiki/American_Gods
    Che fine fanno gli dei di un popolo quando questo migra, si fonde con altre culture ed altre religioni?
    Che fine ha fatto Odino, con il suo corredo di impiccati, quando i vichinghi sono arrivati in Norda America?
    Ecco… credo che questo libro risponda in maniera splendida… soprattutto per quello che riguarda l’immolarsi a sé stesso.
    org

  2. george Says:

    “Mi conoschi, Shadow?” disse W.
    Cavalcava il suo lupo a testa alta. L’occhio destro brillava e spriginava lampi, il sinistro era spento. Indossava un mantello con un grande cappuccio, come quello di un monaco, e la sua faccia spiccava nel buio.
    “Avevo detto che non avrei taciuto i miei nomi. Ecco come mi chiamano. Mi chiamano Felice-della-Guerra, Spietato, Furore e Terzo. Sono Monocolo, L’Altissimo, e Colui che Vede il Vero. Mi chiamano Grimnir, sono L’incappucciato. Sono il Padre Universale, e sono Gondlir, portatore del bastone. Ho tanti nomi quanti sono i venti, tanti titoli quanti sono i modi per morire. I miei corvi sono Hugin e Munin, Pensiero e Memoria; i miei lupi sono Freki e Geri; il mio cavallo è la forca”. Due corvi imperiali di uno spettale colore grigio, quasi soltanto l’involucro trasparente degli uccelli, gli si posarono sulle spalle e gli affondarono i becchi nelle tempie come se volessero assaggiare la sua mente prima di riprendere a volare nel mondo.

    (da: “American Gods”, Neil Geiman)

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