Miti sull’origine della morte

I miti sull’origine della morte sono un interessante punto di partenza che ci aiuta a riflettere sui misteri dell’esistere. L’approccio aristotelico-positivista ha portato alla razionalizzazione di ogni aspetto della vita, morte inclusa, privandola del mistero e della sua sacra dignità. In questo viaggetto ci affidamo alla guida di un viaggiatore e storico delle religioni d’eccezione Mircea Eliade (1907-1986), con un brano tratto dal saggio “Occultismo, stregoneria e mode culturali”, (Sansoni 2004).

Alludendo ai punti cruciali della vita di un australiano di sesso maschie, W. Lloyd Warner scrive:


Prima della nascita la personalità è puramente spirituale; nel primo periodo della vita, quando l’individuo è socialmente classificato tra le femmine, diventa del tutto profana e non spirituale; poi, man mano che l’individuo invecchia e si avvicina all’amore, sempre più la personalità si ritualizza e sacralizza; con la morte ridiventa del tutto spirituale e sacra.

Qualsiasi cosa pensino della morte i nostri contemporanei, una gran parte di essi non sarà certamente dell’avviso che la morte sia un modo di essere “del tutto spirituale e sacro”. Per molti uomini non religiosi la morte si era già svuotata di senso religioso quando la vita conservava ancora il suo significato. Per certuni la scoperta della banalità della morte aveva dunque preceduto la scoperta dell’assurdità e della mancanza di significato della vita.Pare che un anonimo psicoanalista inglese abbia detto: “Si nasce incoscienti, con la conquista della moralità diventiamo stupidi e infelici; poi si muore”.

Quest’ultima proposizione – “poi si muore” – esprime molto bene il modo in cui l’uomo occidentale intende il proprio destino; un modo alquanto differente da quello in cui viene inteso in molte altre culture. Là, al contrario, gli uomini cercano di penetrare il mistero della morte e di afferrarne il significato. Non conosciamo una sola cultura in cui la verità della proposizione “poi si muore” non venga data per scontata. Ma questa piatta affermazine della mortalità umana diventa solo una pretenziosa banalità quando venga isolata dal suo contesto mitologico. La proposizione conclusiva, coerente e dotata di senso, dovrebbe suonare: “…e perciò si muore”. In effetti, nella maggior parte delle culture tradizionali l’avvento della morte si presenta come un disgraziato accidente verificatosi agli inizi. La morte era sconosicuta ai primi uomini, agli antenati mitici; la morte è la conseguenza di qualcosa che è accaduto in un’epoca primordiale. Si apprende come la morte è comparsa la prima volta nel mondo e si capisce il perchè della propria mortalità: si muore perchè la tal cosa è accaduta agli inizi. Quali che siano i dettagli del mito della prima morte, il mito stesso offre agli uomini una spiegazione della loro mortalità.

Com’è noto, solo pochi miti spiegano l’avvento della morte come conseguenza di una trasgressione dell’uomo di un comandamento divino. Più comuni sono i miti che attribuiscono la mortalità all’atto crudele e arbitrario di qualche essere demoniaco. Tra le tribù australiane, nelle mitologie dell’Asia centrale, della Siberia e dell’America del Nord, la mortalità è introdotta nel mondo da un nemico del Creatore. Nelle società arcaiche, viceversa, la maggioranza dei miti spiegano la morte come un accidente assurdo e/o come la conseguenza di una scelta sciocca, di una stupidaggine degli antenati mitici. Il lettore ricorderà più di una storia sul tipo dei “due messaggeri” o del “messaggio mancato”, particolarmente diffuse in Africa. Secondo queste storie, Dio mandò agli antenati il camaleonte con il messaggio della loro immortalità e la lucertola con il messaggio della loro mortalità. Ma il camaleonte si fermò lungo la strada e la lucertola arrivò prima. La morte entrò nel mondo dopo che la lucertola ebbe consegnato il suo messaggio.

E’ difficile trovare un’illustrazione più appropriata dell’assurdità della morte. Pare di leggere la pagina di un esistenzialista francese. In effetti, il trapasso dall’essere al non essere è così disperatamente incomprensibile, che una “spiegazione” ridicola è più convincente proprio perchè ridicolmente assurda. Miti sifatti, naturalmente, presuppongono una teologia della Parola accuratamente elaborata: il motivo per cui Dio non ha potuto mutare il verdetto è che, una volta pronunciate, le parole creano la realtà.

Ugualmente drammatici sono i miti che attribuiscono la comparsa della morte a una stupidaggine commessa dagli antenati mitici. Un mito malenesiano, ad esempio, racconta che i primi uomini, via via che avanzavano nella vita, cambiavano pelle come i serpenti e ne uscivano ringiovaniti. Ma una volta una donna anziana, tornata a casa ringiovanita, non fu riconosciuta dal suo bambino. Per calmarlo, si mise allora la vecchia pelle; da quel momento in poi, gli uomini divennero mortali. Ricorderò infine il bel mito indonesiano della pietra e della banana. Al principio, il cielo era molto vicino alla terra e il Creatore era solito calare i suoi doni agli uomini appesi ad un a fune. Un giorno calò una pietra e gli antenati, che non sapevano cosa farsene, gridarono al loro Creatore: “Cosa dobbiamo fare con questa pietra? Dacci qualcos’altro”. Dio acconsentì; dopo un po’ calò una banana, che fu accolta con gioia. Allora gli antenati udirono una voce che diceva dal cielo: “Poichè avete scelto la banana, la vostra vita sarà come la sua. Quando il banano ha dei discendenti, il fusto progenitore muore; così anche voi morrete e i vostri figli prenderanno il vostro posto. Se aveste scelto la pietra, la vostra vita sarebbe stata come la vita della pietra, immutabile e immortale”


Il mito indonesiano illustra bene la misteriosa dialettica dela vita e della morte. La pietra simboleggia l’indistruttibilità e l’invulnerabilità e, di conseguenza, una indefinita continuità; ma al tempo stesso, significa opacità, inerzia e immobilità, di contro alla condizione della vita in generale e alla condizione umana in particolare, caratterizzate da creatività e libertà. Creatività e libertà che per l’uomo significano, in definitiva, creatività e libertà spirituale. Così, la morte diventa una parte della condizione umana; infatti è l’esperienza della morte a rendere intellegibile la nozione di spirito e di esseri spirituali. In conclusione, qualunque sia stato il motivo della prima morte, l’uomo è diventato se stesso e ha potuo adempiere al proprio destino specifico solo come essere completamente consapevole della propria mortalità.

Hanry James il vecchio, padre di William e di Henry, scrisse una volta che “il primo, grandissimo servizio che Eva rese ad Adamo fu quello di cacciarlo dal paradiso”. Questa, naturalmente, è una visione moderna, occidentale, della catastrofe primordiale: la perdita del paradiso e dell’immortalità. In nessuna cultura tradizionale la morte è considerata una benedizione. Al contrario nelle società arcaiche è tuttora riconoscibile l’idea di una perennità dell’uomo, la convinzione che, sebbene non più immortale, l’uomo potrebbe vivere indefinitivamente se un agente ostile non ponesse fine alla sua vita. In altre parole, una morte naturale è semplicemente inconcepibile. Come un tempo gli antenati perdettero la loro immortalità per un accidente o una congiura demoniaca, così oggi l’uomo muore perchè cade vittima di magia, di spiriti o altri aggressori soprannaturali.

Ciò non toglie che in molte società arcaiche, come il mito della pietra e della banana suggerisce con tanta grazie, la morte sia considerata necessario completamento della vita. Essenzilamente, ciò significa che la morte cambia la condizione ontologica dell’uomo. La separazione dell’anima dal corpo determina una nuova modalità dell’essere. Da questo momento in poi, l’uomo è ridotto a una esistenza spirituale, diventa un fantasma, uno “spirito”.

3 Responses to “Miti sull’origine della morte”

  1. frenesi Says:

    Secondo Rudolph Steiner la morte e’ il padre, e ci sottrae alle influenze Luciferiche/Arimaniche che sono quelle che ci hanno sempre piu’ immerso nel mondo materiale. Grazie alla morte noi non possiamo scordare la nostra natura divino/spirituale.

  2. george Says:

    ciao frenesi,
    figata tornarti a leggere anche qui
    le nostre via già si sono incorciate più volte (hihihih)
    grazie per il commento,
    fatti viva quando vuoi

    su Steiner prossimamente vedremo di pubblicare qualcosa ad hoc, che è un tipo quantomeno itneressante

    per gli/le impazient:
    http://it.wikipedia.org/wiki/Rudolf_Steiner

    baci

  3. frenesi Says:

    se si tratta delle vie del 23 non dubito che ci si sia gia incontrati piu’ volte…
    :)

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