Eliade intervista Jung

Riportiamo stralci dell’intervista che Mircae Eliade fece a Gustav Jung al convegno «Eranos» dell’agosto 1952.

Il problema centrale della psicologia è l’integrazione degli opposti. Lo si ritrova dovunque e a tutti i livelli. In Psicologia e alchimia (Opere, 12) mi sono occupato dell’integrazione di Satana. Perché, finché Satana non viene integrato, il mondo non è risanato né l’uomo redento. Ma Satana rappresenta il male: come può il male venire integrato? C’è una sola possibilità: assimilarlo, vale a dire sollevarlo al livello della coscienza. Questo si compie per mezzo di un processo simbolico molto complicato, che coincide grosso modo con il processo psicologico dell’individuazione. In alchimia questo processo si chiama congiunzione dei due principi. In realtà l’alchimia si assume e prosegue l’opera del cristianesimo; per gli alchimisti, il cristianesimo ha redento l’uomo ma non la natura, e il sogno dell’alchimista è di salvare il mondo nella sua totalità: la pietra filosofale era concepita come il filius macrocosmi, che redime il mondo, mentre Cristo, il filius microcosmi, ha redento l’uomo soltanto. Il fine ultimo dell’opus alchemico è l’apokatástasis, la salvazione cosmica.

Ho studiato testi alchemici per quindici anni, senza mai farne parola ad alcuno, perché non volevo suggestionare i miei pazienti o influenzare i miei colleghi. Ma dopo quindici anni di ricerche e di osservazioni, certe conclusioni mi si imposero ineludibilmente. Le operazioni alchemiche erano reali, solo che la loro realtà non era fisica, bensì psicologica. L’alchimia rappresenta la proiezione in laboratorio di un dramma insieme cosmico e psicologico. L’opus magnus aveva due finalità: il salvataggio dell’anima umana e la salvazione del cosmo. Ciò che gli alchimisti chiamavano « materia » era in realtà l’inconscio. L’anima mundi, identificata con lo spiritus mercurius, era imprigionata nella materia: per questo motivo gli alchimisti credevano nella verità della «materia », perché la «materia» era la loro stessa vita psichica. Si trattava perciò di liberare questa «materia», di redimerla: di trovare, insomma, la pietra filosofale, il corpus glorificationis.

Un lavoro difficile, disseminato di ostacoli: l’opus alchemico è pericoloso. Già all’inizio si incontra il «drago», lo spirito ctonio, il «demonio», la nerezza, la nigredo, come la chiamavano gli alchimisti, e questo incontro provoca sofferenza. La «materia» continua a soffrire, fino alla scomparsa definitiva della nigredo; ovvero, in termini psicologici, l’anima cade in preda alla melanconia, è imprigionata nella lotta con l’Ombra. Il mistero della coniunctio, il mistero centrale dell’alchimia, mira appunto alla sintesi degli opposti, all’assimilazione della nerezza, all’integrazione del demonio. Per il cristiano «risvegliato» si tratta di un’esperienza psichica molto importante, perché è un confrontarsi con la propria Ombra, con la nigredo, che rimane separata, che non può mai essere completamente integrata nella personalità umana.

Nel dare un’interpretazione psicologica del confronto del cristiano con la propria Ombra, con la nigredo, viene alla luce la segreta paura che il demonio possa essere il più forte, che Cristo non sia riuscito a vincerlo del tutto. Come si spiegherebbe, altrimenti, la credenza nell’Anticristo? Perché l’attesa, ancora viva, per la venuta dell’Anticristo? Perché solo dopo il regno dell’Anticristo e dopo la seconda venuta di Cristo il male sarà definitivamente sconfitto, nel mondo e nell’anima dell’uomo. A livello psicologico, tutti questi simboli e tutte queste credenze sono interdipendenti: si tratta sempre di combattere contro il male, contro Satana, e di vincerlo, vale a dire di assimilarlo, di integrarlo nella coscienza. Nel linguaggio degli alchimisti, la materia soffre finché la nigredo non scompare; allora la «coda del pavone» (cauda pavonis) annuncerà l’aurora e sorgerà un nuovo giorno, la leúkosis o albedo. Ma in questo stato di «bianchezza» non c’è vera vita, è uno stato astratto, ideale. Per infondergli vita bisogna infondergli « il sangue », la rubedo, il rosso della vita. Solo l’esperienza di tutti gli stadi dell’essere può trasformare lo stato ideale di albedo in una forma di esistenza pienamente umana. Solo il sangue può vivificare lo stato di coscienza più alto, in cui è dissolta l’ultima traccia di nerezza, in cui il demonio non ha più esistenza autonoma ma viene integrato ricostituendo la profonda unità della psiche. Allora l’opus magnum è compiuto: l’anima umana è completamente integrata.

Io sono e rimango uno psicologo. Ciò che trascende il contenuto psicologico dell’esperienza umana non mi interessa; non mi chiedo nemmeno se una tale trascendenza sia possibile, perché comunque i fenomeni transpsicologici non sono più nel raggio d’azione dello psicologo. Ma anche sul piano propriamente psicologico, ho a che fare con esperienze religiose la cui struttura e il cui simbolismo possono essere interpretati. Per me, dunque, l’esperienza religiosa ha una realtà, è vera. Ho constatato che attraverso tali esperienze religiose è possibile «redimere» l’anima, accelerarne l’integrazione, ristabilire l’equilibrio dello spirito. Per me, psicologo, lo stato di grazia esiste: è lo stato di perfetta serenità dell’anima, un equilibrio creativo, fonte dell’energia spirituale. E, sempre parlando come psicologo, io affermo che la presenza di Dio si manifesta, nell’esperienza profonda della psiche, come una coincidentia oppositorum; tutta la storia delle religioni, tutte le teologie attestano che la coincidentia oppositorum è una delle formule più comuni e più arcaiche per esprimere la realtà di Dio. L’esperienza religiosa è «numinosa», secondo la definizione di Rudolf Otto, e per me, psicologo, essa differisce da tutte le altre in quanto trascende le normali categorie di spazio, tempo e causalità. Ultimamente, ho riflettuto a lungo sull’idea di sincronicità (per sintetizzare, la «rottura del continuum temporale») e ho concluso che essa assomiglia da vicino all’esperienza numinosa, dove spazio, tempo e causalità sono aboliti. Non do alcun giudizio di valore sull’esperienza religiosa, sostengo soltanto che i conflitti interiori sono sempre fonte di profonde e pericolose crisi psicologiche, talmente pericolose che possono distruggere l’integrità della persona. Ebbene, a livello psicologico tali conflitti interiori si manifestano con le medesime immagini e con il medesimo simbolismo di cui troviamo testimonianza in tutte le religioni del mondo e che furono utilizzati anche dagli alchimisti.

E’ questo che mi ha spinto a occuparmi di religione, di Yahwèh, di Satana, di Cristo, della Vergine. Mi rendo conto che in queste immagini un credente vede cose molto diverse da quelle che io, come psicologo, sono legittimato a vedere. La fede è una grande forza spirituale, che garantisce al credente la sua integrità psichica. Ma io sono un medico, a me interessa guarire il prossimo. La fede, da sola, oggi non ha più, per certe persone, un potere terapeutico. Il mondo moderno è desacralizzato, e questa è una delle ragioni per cui è in crisi. L’uomo moderno deve perciò trovare altrove, nel suo profondo, le sorgenti della propria vita spirituale, e per trovarle deve individualmente lottare contro il male, confrontarsi con l’Ombra, integrare il demonio. Non c’è altra scelta. Perciò Yahwèh, Giobbe, Satana rappresentano situazioni psicologicamente esemplari: sono il paradigma dell’eterno dramma dell’uomo.

(Fonti: Jung Parla http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/mirceaeliade/eliadejung.htm)

2 Responses to “Eliade intervista Jung”

  1. Demon Says:

    Complimenti per il blog..veramente interessante!

    Eliade poi..una fonta inestimabile di conoscenza.

    Ciao!

  2. george Says:

    Demon grazie d’averci fatto visita e d’aver trovato il tempo di lasciarci un commento
    ti benediciamo

Leave a Reply